Magici incontri

Pubblicato in: 2009 - Giugno/Agosto, Percorsi Artistici e Culturali

Aldo Andreolo

Francesco Barasciutti: fotografo ritrattista ma non solo


Entri nello studio e hai l’improvvisa sensazione di essere ‘osservato’. Poi ti accorgi che effettivamente sono decine di occhi che ti seguono, mentre ti muovi. Sono gli sguardi dei personaggi – artisti, attori, scrittori, cantanti – ritratti da Francesco Barasciutti, che occhieggiano dalle pareti. Sono stati colti dal fotografo mentre fissavano l’obiettivo, quell’occhio freddo e impietoso, che riesce magicamente a fermare il tempo. Al suo posto ora ci sei tu, che inconsapevolmente trascini i loro sguardi mentre ti aggiri per lo studio.
Mentre osservo le decine di ritratti, disposti ordinatamente sulle pareti, non posso fare a meno di pensare che, mettersi davanti a un obiettivo per un ritratto è un po’ come sedersi sul lettino dello psicanalista. Anche con il fotografo si crea una sorta di arrendevole complicità che, alla fine, rende il ‘modello’ del tutto inerme di fronte alla lenta ma inesorabile ricerca, da parte del ritrattista, di quell’‘aura’, che ogni essere umano irradia e che non è altro che l’emanazione della propria personalità. Sorprendentemente Francesco usa proprio questa parola desueta ma intensamente poetica, ‘aura’, che sembra mutuata da certa terminologia della filosofia orientale. Chissà, forse anch’egli è coinvolto in qualche pratica iniziatica, che gli consente di percepire quell’alone di energia radiante che, secondo il pensiero yoga, si sprigiona dai corpi e risulta invisibile a chi non è dotato di particolari poteri psichici.
Al di là di ogni (improbabile) implicazione esoterica, non c’è dubbio che alcuni esiti di questi magici incontri possano essere accolti fra gli esempi paradigmatici della ritrattistica fotografica. Come, ad esempio, lo straordinario ritratto di Ugo Tognazzi del 1990, dove l’attore appare con la sua aria gattesca, un po’ sorniona e un po’ ironica, lo sguardo in tralice e la sigaretta fra le dita. Ebbene, credo che questa immagine, realizzata rigorosamente in bianco e nero, appartenga a quel ristretto numero di opere emblematiche, destinate probabilmente a trasformarsi nel tempo in vere e proprie icone popolari. Sarà difficile ormai, dopo aver visto la fotografia di Barasciutti, ricordare l’attore in maniera diversa.
Del  resto, i ritratti del fotografo veneziano sembrano appartenere a un’iconografia rassicurante, duratura e immodificabile. Talvolta basta un particolare anatomico, sul quale l’obiettivo sembra soffermarsi casualmen¬te, per ricuperare il personaggio nella sua interezza fisica e, vorrei dire, umorale: la fitta ragnatela di rughe sul volto di Pizzinato, le mani di Manina (sembra un gioco di parole), la mimica istrionica di Dario Fo.
Francesco confessa di essere ‘affascinato dallo sguardo dell’essere umano’. Non c’è dubbio: per lui la fotografia s’identifica totalmente col ritratto. ‘Se non fossi stato attratto dai ritratti’ ammette ‘non avrei fatto il fotografo. A  diciassette anni ho avuto l’occasione di vedere un libro di fotografie di Irving Penn, che mi ha letteralmente folgorato. È stato così che ho deciso di fare il fotografo’.
Barasciutti è nato a Venezia nel 1969. Il momento della svolta decisionale coincide con un evento tragico: la morte improvvisa del padre, fotografo anch’egli. Francesco depone nel cassetto il diploma di ottico, ottenuto da poco, e decide di continuare l’attività paterna, diventando fotografo professionista. Quattro anni dopo espone con successo una serie di ritratti alla Galleria ‘Il Traghetto’ di Venezia. Nel 1995 partecipa alla Biennale di Venezia e nel 1998 vince il ‘Kodak European Portrait Gold Award’, assegnatogli quale migliore fotografo ritrattista italiano. Le sue opere figurano ormai in molte collezioni italiane e straniere, fra cui la prestigiosa ‘National Portrait Gallery’ di Londra, che nel 2003 ha acquistato due sue fotografie.
Benché la sua fortuna critica derivi in massima parte dalla sua opera di ritrattista, faremmo un grave torto all’artista, se ignorassimo gli esiti altamente poetici dei suoi lavori ispirati a Venezia. Fotografare oggi Venezia può apparire un’impresa folle (forse lo è), un peccato di presunzione. L’immagine della città si è ormai identificata con un mortificante stereotipo ad uso turistico, che sembra non lasciare spazio a nuove interpretazioni artistiche. Ma il lavoro di Francesco si salva, incredibilmente, grazie al suo lungo operare nel campo del ritratto, e ci regala opere di struggente bellezza, come “Nebbia” del 2008. Perché anche nelle immagini metamorfiche, che Venezia gli offre, egli riesce a carpire quell’aura invisibile che, in un ventennio di appassionato lavoro, ha incessantemente ricercato nel volto umano.



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